L’ARCOBALENO

La Corte dei Conti blocca quella che dovrebbe essere la più grande opera mai realizzata dall’Italia. Al ponte sullo Stretto di Messina è dedicato l’editoriale del numero di novembre di Mediappalti.

Ai piedi dell’arcobaleno, lì dove finisce, c’è una pentola d’oro. La custodisce uno gnomo. A chi raggiungerà quel luogo magico, lo gnomo consegnerà il tesoro. Ma l’arcobaleno, per quanto tu possa camminare, non lo raggiungerai. Potrai provare mille strade, nessuna sarà quella giusta. Potrai correre a perdifiato, l’arcobaleno sarà sempre un po’ più in là e ben presto si dissolverà. È un effetto ottico l’arcobaleno, un miraggio. Rischia di rimanere tale anche una struttura che nell’immaginario collettivo ad un arcobaleno ci assomiglia: un ponte. Chiedetelo ai vostri figli, ai vostri nipotini “mi disegni un ponte?”, vedrete, avrà la forma di un arco.

Un vento di fine ottobre venne e soffiò tanto da sgombrare il cielo dalle ultime nuvole. Le goccioline che rinfrangevano la luce del sole si dissolsero e l’arcobaleno scomparve. Era la Corte dei conti a muovere quel vento e a sospendere il sogno del più celebre dei ponti, quello che ancora non è stato realizzato, quello sullo Stretto di Messina.

Nella seduta del 30 ottobre scorso la Corte dei conti non ha ammesso al visto e alla conseguente registrazione la delibera CIPESS n.41 del 2025 che in agosto aveva approvato il progetto definitivo del Ponte, castrando l’entusiasmo che fino a qualche giorno prima aveva animato i più energici sostenitori dell’impresa. Può essere che la Corte dei conti sia ostile a coloro che, animati dal desiderio di mettere fine all’isolamento logistico della Sicilia, hanno fatto del ponte la più nobile ragione della propria vocazione politica?

A dissipare le paranoie di un complotto anti-ponte, la stessa Corte dei conti che il giorno successivo ha dichiarato di essersi espressa meramente “su profili strettamente giuridici della delibera CIPESS, relativa al Piano economico finanziario afferente alla realizzazione del ‘Ponte sullo Stretto’, senza alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”. Nelle motivazioni della decisione dei giudici di Viale Mazzini, che nel momento in cui scriviamo non sono ancora state rese note, l’opportunità di comprendere come correggere gli errori commessi per ripristinare quell’iter che permetterà di realizzare quel meraviglioso sogno di unire la Sicilia al continente. È questo il ruolo della Corte dei conti: vigilare sulle spese delle pubbliche amministrazioni per prevenire e impedire sperperi e gestioni azzardate del denaro pubblico. Un ruolo a cui devono essere grati i cittadini perché non vedranno i propri contributi prendere strade avverse e perverse. A cui devono essere grati i politici e gli amministratori pubblici perché promuove nei loro confronti un meccanismo di tutela contro una mala gestione che gli può costare la reputazione e una responsabilità erariale. 

Le ragioni per le quali è stato rifiutato il visto sono molteplici. Quella di maggior rilievo risiede nell’eccessivo aumento della spesa rispetto alle previsioni coeve alla redazione del progetto. Un progetto che risale al 2005 e che prevedeva una spesa di 3,9 miliardi di euro, poi resuscitato con una stima dei costi pari a 13,5 miliardi di euro. Un aumento che sfora il 50% della spesa iniziale.  Un incremento che, secondo la Direttiva Europea 2014/24, rende vana la prima assegnazione dei lavori e richiede una nuova gara d’appalto.

Come può essere che una regola così semplice e chiara possa essere stata ignorata? Come mai tecnici e burocrati che lavorano a supporto dei politici non hanno fatto notare che si stava andando verso questo grossolano errore? Se la politica traccia dei sogni, i tecnici devono condurre alla realtà. I politici sono visionari, immaginano opere che possano migliorare la vita dei cittadini e in questo esercizio volano alto, puntano al meglio. I tecnici devono avere il compito di ridimensionare queste ambizioni, riportare con i piedi per terra quei visionari, fare una cernita tra i progetti possibili e le utopie. Queste due forze devono bilanciarsi per ottimizzare i risultati, fare chiarezza, decidere con cognizione di causa, evitare intralci, ritardi e gaffe burocratiche.

L’aspetto che più impressiona, ci lascia perplessi, è la faciloneria con la quale è stato gestito l’affare “Ponte sullo Stretto”. Un progetto destinato ad entrare nell’élite mondiale delle opere infrastrutturali non può non avvalersi dei massimi esperti in appalti pubblici, in grado di leggere ogni piccola defaillance procedurale, di correggerla, prevenirla. Che questo accada in piccole e piccolissime Pubbliche Amministrazioni è quasi fisiologico visto le scarse disponibilità di organico ed economiche di cui queste dispongono. Che si proponga in seno alla Società Stretto di Messina è paradossale. Un errore “infantile” come la convinzione innocente del bambino convinto di poter arrivare a quel ponte che sovrasta il cielo con i suoi sette colori. L’avvio dei lavori per il Ponte sullo Stretto di Messina sono sospesi, rimandati. Ancora una volta. Ogni qual volta si avvicina l’acclamata data della cantierizzazione, questa finisce per essere spostata sempre un po’ più in là. Irraggiungibile come un arcobaleno.  

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