Dunque, finisce qui, in questa tiepida giornata di febbraio, nel rancoroso sbraitare delle lame che attraversano gli anelli della nostra decennale storia.
Non temere fratello. Il dolore che lacera la tua nobile possenza tacerà presto. Per sempre tacerà la nostra chioma, rifugio e dimora, ombra e ombrello.
Che colpa ne abbiamo se le nostre radici scalpitano sotto l’asfalto? Ci avete condannati in un misero ritaglio di terra nel dominio asfittico del cemento. Volevamo solo vivere. Volevamo solo vivere. Ultimo avamposto di una pineta, emblema di un rigoglioso passato che per sempre, oggi, rinnegate.
Avreste dovuto prendervi cura di noi prima che fosse troppo tardi. Ma oggi, è davvero così tard? E’ davvero giunto il nostro momento? Ne siete certi? Certa è la condanna: abbattimento.
Prima i rami più alti. Poi quelli più robusti. E infine un taglio orizzontale alla base. E addio. Addio per semre. Dove ci ergevamo, monumentali e turgidi, il doloroso vuoto nel quale ristagnerà per poco ancora il ricordo delle nostre quattro esistenze, prima di svanire per sempre nella memoria effimera della città che avanza.
Dapprima i rami più alti. Poi le braccia più robuste. E infine il taglio verticale
Volevamo solo vivere, il nostro era smania di
ultimo avamposto di una pineta che in
piano regolatore.
Volevamo solo vivere