TRamonti

Nel frangente in cui il crepuscolo volge il giorno in notte, sorridi con il mio nome tra le labbra. Meticolosamente dai luce alle stelle, all’apice di un giorno che logoro si adombra e, comunque sorridente, si incammina verso un altro ieri.

Mi chiami. Mi inviti a raggiungerti in veranda. Lascio il telefono tra il portafrutta e il mio taqquino degli appunti. Anche oggi non ci sono che necrologi sui titoli. Il nome di una donna. La conta delle vittime nella striscia. Le vite di tre giovani accattorciate sulla statale. Lo lascio con il vetro rivolto verso il basso. Come se lo volessi mettere a tacere. Sono stanco. Azzero la suoneria. Non voglio squilli. Non voglio notifiche.

Ti raggiungo. Non dici niente. Nemmeno mi guardi. Indichi un punto nella campagna che si estenua fino ai rilievi dominati dall’ottagonale sagoma del castello. Vitrea presenza immersa nella palette dei rossi che si sfilacciano l’uno nell’altro in sottili venature che tessono effimere trame di un mondo animato da fate ed evanescenti sogni che si tramutano in sospiri nell’infrangersi contro la realtà. Onde sulle scogliere. Esplosioni di gocce. Il luccichio dei cristalli di sale che in controluce si consuma in un istante. E in sospensione permane il profumo salmastro di qualcosa che si è disperso. Il fragore di un desiderio annichilito nel suono dimesso del fluire della risacca.

Seguo la linea che si allunga dal tuo indice fino a un punto preciso. Oltre i platani. Oltre la ferrovia. Fino al suono desueto di un vecchio motore che taglia gli uliveti. La sagoma ricurva di un uomo si erge sui muretti a secco. Lo segue una coda polverosa che si leva al suo passare. La ola festosa di uno stadio nel sole mondiale di luglio.

E’ ancora oggi. Ancora per un po’. Il tempo necessario per mettere in valigia qualcosa che valga la pena portarsi insieme per il resto del viaggio. Un buon ricordo è il miracolo del pane appena sfornato. Un profumo che ti riconcilia con la vita. Una sapore che ti fa sentire al posto giusto nel momento giusto. La crosta che si sbriciolala e la mollica che si scioglie. Non ci riesci. Non puoi. Devi necessariamente chiudere gli occhi ed emettere un sottile mugolio di piacere. Il mondo, per un attimo, diventa un posto migliore. C’è la fragranza del pane appena tirato fuori dai forni nei ricordi che spontanemente rinsaviscono. Un’isola di cui avevi perso le mappe. Una rotta di cui non ricordavi il nome. Un nome di cui avevi perso la rotta. Se ne stanno nitidi davanti a te. Come se li avessi persi ieri. Qualche ora fa.

Hai messo sul piatto un vinile sfrigolante che sgrana solitarie note di un pianoforte. Armonie in agrodolce che sussurrano di passeggiate tra i vicoli inumiditi da una pioggia diafona, che con compostezza si adagia nei piccoli tratti, solo appena intuibili, di una 9b dalla punta ben temperata. Gocciola sui colori glabri e vivaci degli intonaci, ticchetta sulle persiane semichiuse, concede lievi dondolii ai ciclamini che si affacciano dalle fioriere a picco sul bacio che divampa nel segreto di un ombrello mentre un gatto fradicio si accovaccia sotto il vaso dell’oleadro e una bambina disegna con un dito, sulla condensa dei vetri, la luna e due nuvolette a forma di cuore.

Gli avambracci sulle ringhiere. I polsi che penzolano all’interno. Silenzio. Le note di un pianoforte. Il ronzare di un motorino che si disperde con lo stesso incedere con cui il sole calante muta la pelle al cielo. Riempi un sospiro con parole prese in prestito dalle sfumature con cui il paesaggio si veste. Racchiudi in una frase bellezza e note di amarezza. C’è la meraviglia che suscita la luce che a quest’ora, prima di spegnersi, offre le sue migliori frequenze, la canzone più bella proposta in fondo alla scaletta per accomiatare il pubblico con un ritornello che continuerà a cantare quando il sipario sarà calato. E c’è il rammarico di non riuscire a trovare un posto in prima fila per le repliche quotidiane che questa compagnia mette in scena, ogni sera, con encomiabile senso del dovere, anche quando la platea e semideserta, distratta dalle incombenze che di volta in volta si affanna a rincorrere senza mai raggiungerle davvero o ammaliata dalla luce di un dispositivo che dirotta la narrativa del nostro tempo in un luogo in cui il tempo ha smesso di fluire e tutto ciò che vuoi puoi è sempre a disposizione, on demand.

“Che splendore, che spreco. Allestito ogni sera per noi che non ce ne avvediamo”.

Lascia un commento