SORELLE

Lei è mia sorella. E’ prigioniera. E’ da qualche parte aldilà del confine. Nel sottosuolo di una città che agonizza. Nei sotterranei di un incubo che non le appartiene. E’ ferita. Stanca. Ha paura. Terrorizzata. Chiede di poter tornare a casa. Non sa più nemmeno in che direzione è casa sua. Per quanto può saperne potrebbe non esistere più. Li vedete quegli occhi? Chiedono qualcosa per cui nessuno dovrebbe essere costretto a implorare: la vita. E non comprende. Non riesce proprio a capire perché si trova tra quei cunicoli, dove non ha accesso il sole e dove non è contemplata alcun altra forma di clemenza. Nelle tenebre della storia. Un’altra volta.

Anche lei è mia sorella. Stringe tra le braccia il suo piccolo di pochi mesi. Lo culla. Lo prega “svegliati”. Vuole alattarlo. Le darebbe la sua stessa vita purché lui esaudisca quel desiderio devastante. E’ un inferno a cui non si sopravvive. Anche lei oggi muore. Non c’è vita dopo la perdita di un figlio. E lui, dorme. Esanime. Tra le macerie di un ospedale finito, per presunta volontà di un errore, nella traiettoria funesta di un ordigno di cui non importa il colore. C’è disperazione nella sua nenia. Una sofferenza che infetterà tutti i giorni di cui avrà la maledazione di vivere ancora. Chi glielo spiegherà a quel figlio che ha dovuto abbandonarla per una parola di cui ignorerà il significato: odio. Guerra.

Voi, entrambe, siete mie sorelle. Vi amo allo stesso modo. Siete fiori della stessa stirpe. Divise da un confine. Separate da due bandiere. Dall’invenzione disumana delle nazioni, della divisione di un solo popolo in mille popoli opposti. Siete tutti miei fratelli e mie sorelle. Le nazioni, un’aberrazione di cui ci siamo resi colpevoli. Nella quale ci costringiamo a catalogarci. La verità è una sola: siamo figli della Terra. Unica vera patria. Comune discendenza. Identico peregrinare verso l’immutabile epilogo Questo non abbiamo compreso. Questo ci ucciderà. Ancora.

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