POLAROID

Un’istantanea sul frigorifero. Tenuta su da una calamita a forma di cactus. Scattata per caso. Mentre ti avvicinavi. Senza nemmeno guardare nel mirino. Senza metterti a fuoco. Senza chiederti un sorriso. A cosa sarebbe servito? Se ti fossi resa conto che eri finita nel centro dell’inquadratura, ti saresti girata. Come sempre. O ti saresti coperta il volto con le mani. “Non mi fotografare. Lo sai che vengo male in foto. Ti prego”. Quante volte me lo sono sentito dire? Fosse per te staresti sempre male! Stupida. Eri bellissima quella sera. Insolita. Misteriosa. La tua femminilità esaltata dall’abbigliamento maschile. Dovresti farlo più spesso. Vestirti da uomo. Serata a tema: il proibizionismo a New York negli anni venti. Mentre ti sedevi, spostando una sedia di legno dipinta di blu, la polaroid stampava quel frammento di tempo. Hai chiesto il menu. Ti ho passato quella foto. L’hai guardata. Con sorpresa. Infastidita. Hai detto “scemo”. Pausa. E poi “però, devo ammettere che è una bella fotografia”. Apro il frigo. Tiro fuori una bottiglia di aperitivo rosato. Ti raggiungo in veranda. Sei seduta su una poltrona di vimini. Sfogli una rivista. 18e45. Primi di ottobre. Un maglioncino leggero sulle spalle. La voce androgena di Greg Gonzalez concilia con il desiderio di ricavare, tra i tetti imbruniti della città, l’illusione di una terrazza a picco sulla costiera. Una straordinaria mezz’ora di vacanza al margine di un’ordinaria giornata di lavoro.

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