ANOTHER TIME, ANOTHER PLACE

Start. Arresta il sistema.

Lo schermo si annerisce. Inizia il weekend. In fondo ad una settimana estenuante. Da dimenticare. Come sempre in questo periodo. Appuntamenti interminabili. Telefonate indesiderate. Email che tardano ad arrivare. Spengo la luce. Chiudo la porta dell’ufficio. Mi assicuro che nessuno mi insegui. Che nessun problema legato a questo lavoro se ne venga con me.

Vorrei fosse così facile. Fosse qualcosa da poter tenere sottocontrollo. Da gestire in libertà. On. Off. Scegliere se continuare a tormentarsi sul come sbrogliare la matassa, oppure decidere di mettere da parte qualsiasi preoccupazione e tornarci su lunedì mattina. Sapessi farlo, metterei tutti i miei problemi, piccoli e grandi, sottochiave. Li lascerei lì. In fondo alla memoria. Nei più remoti cassetti della memoria. E nessuno che li tocchi. Almeno per due giorni.

Ma non è così semplice. Potrei sommergerli sotto cumuli di cose da fare, ma c’è sempre il rischio di ritrovarli anche lì, dove meno te li saresti aspettati. Al cinema, a cena, in una birra, lungo il percorso di trekking, nell’anticipo di campionato. Riemergono.  Involontariamente. Si aggrappano ad un qualunque filo che invisibile pende tra una parola ed un silenzio e si issano sul bordo di un discorso. Gargoyle appostati sulla facciata di un edificio esposto al sole. Completamente imbevuta di luce. La loro ombra è piccola. Non la vedi. Invisibile. Innocua. Ma guai ad individuarla. Guai a passarci sopra con gli occhi. Si rendere visibile. Presente. Pesante. L’ombra si sveglia. Piano dilaga. Ricopre ogni angolo dell’edificio. Oscurità. Dappertutto. In ogni singolo pensiero.

Oggi me ne torno a casa e lascio tutto qui. Punto.

Entro. Mi allaccio la cintura di sicurezza. Giro la chiave. Vado. In radio stanno trasmettendo una vecchia canzone. La strada mi porta via. La musica mi trasporta altrove. Fino a quel bar. I tavolini all’aperto. Davanti al mare. L’illuminazione affidata a nudi di lampadine che pendono dai fili attorcigliati lungo un pergolato. Un soffitto di foglie. E grappoli ancora verdi. C’era un vento che spegneva i lanterne sui tavolini bianchi. Un vento che sollevava l’odore del mare. E generosamente lo spargeva ovunque. Fino alle villette più in alto. Fino alle stradine sgomitolate sulle colline. Fino alle parole che trascrivevo su un taccuino dalla copertina nera. C’era un vento che agitava le tende di lino bianco sotto i gazebo in legno bianco davanti ad un trullo bianco e alle imbarcazioni tirate sulla spiaggia. La sabbia, bianca. Bianchissima. Un gatto rosso girava attorno ad una barchetta, estasiato dal profumo di legno impregnato di pescato. Uno grigio con una macchia nera sul muso dormiva sulle assi celesti grattati dal sale. E il vento. Passava attraverso le reti lasciate a riposare. Stese ad un filo sostenuto da cavalletti di legno arso al sole. Lo stesso vento passava attraverso i tuoi capelli, scoprendoti le orecchie. Rivelando quegli orecchini. Pendenti a forma di rombi allungati verso il basso in pietra verde e venature dorate. Cercavi qualcosa in uno zainetto. Avevi ordinato una bibita colorata con ghiaccio. Forse cedrata. Parlavi con la tua amica. Senza guardarla. Con gli occhi nello zainetto.

…domani…ci andiamo domani… (MUSICA)…

…perché non lo diciam… (MUSICA)…

…e poi potremmo anche cambiare… (MUSICA)…

Mi arrivavano ritagli di quello che dicevi. Un collage di immagini sovrapposte. Avvicinate senza darne un senso. Seguendo solo la regola dell’accostamento cromatico. La musica dirottata dal vento, a tratti si riversava dalle tue parti sciabordando sulle tue parole. Onde che seguendo il ritmo delle correnti marine velano e rivelano la carnagione dorata della spiaggia. I sassolini. Le conchiglie luccicanti.

…”Eccolo!”… L’ho letto dal labiale. C’era un assolo di chitarra elettrica mentre lo pronunciavi con una mimica che recitava il senso di vittoria, di un traguardo tagliato davanti a tutti, di un pallone indirizzato in fondo alla rete. Era un post-it stropicciato. Fucsia. Lo hai steso. Stirato. E proposto alla tua amica.

E quella canzone come colonna sonora. Quella canzone. Quando arrivo la cerco. La copertina bianca. Il volto sovraesposto di un bambino. “Another time, another place”. La voce in bilico tra il dolore e la commozione, quasi lacrimante di Bono Vox. Una voce che implora e si impone. Che si intimidisce in una strofa appena soffiata al microfono e che poi deflagra nell’irruenza di un ritornello cantato a pieni polmoni.

Un altro tempo, un altro posto. Quindici anni fa. La baia bianca.

La strada fila dritta davanti a me. Guido verso il crepuscolo. Nello specchietto retrovisore le incandescenze del tramonto. Tra poco sarò lì. Prenderò il vinile dalla libreria. Lo metterò sul giradischi. Lato B. Quarta traccia. Ci sarà il crepitio vintage della musica che ha l’età della nostra adolescenza e poi l’arpeggio elettrico che apre il pezzo. Alzerò il volume. Verrò da te. Mi sorriderai. Lo fai ogni volta che la riascoltiamo. E tutti i gorgoyles resteranno invisibili. E tutti i pensieri legati al mio lavoro resteranno in fondo all’ultimo cassetto della memoria. Fino a lunedì mattina.  

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