LEI ALL’IMPROVVISO (PARTE SETTIMA). RUNNING

  • Ehi, ehi, ehi… ma che fai? Rallenta! Dove corri? Non riesco a starti dietro…
  • Cosa? Come?
  • Stai correndo come un matto. Ma che hai?
  • Scusami, ero sovrappensiero.
  • Sei strano. Silenzioso. E corri…corri…corri…

Matteo sta ancora mettendo in fila i suoi tre “corri” ed io sono già ripartito, inseguendo i miei pensieri. Ero al bar con Matilde. Lei con la sua tisana ai mirtilli, io con il mio caffè. Seduti al tavolino. Davanti alla grande vetrata che si affaccia sul viale alberato. Tintinnio di tazze. Sbuffi di vapore. Voci sovrapposte. Risate. Saluti. Sul cinquanta pollici, sulla parete opposta, il video dei The Cure (a forest). Dall’impianto audio la musica dei Depeche Mode (one caress). Affondo il cucchiaino nello zucchero di canna. Lo riverso nel cerchio nero bordato di marroncino. Giro. Bevo. Matilde sfoglia una rivista di moda. Costumi da bagno. L’estate è vicina. Poggia le labbra sul bordo della sua tazza. Ancora troppo calda. Aspetta. Le squilla il telefono. Risponde. Riconosco la voce concitata. L’espressione preoccupata di Matilde che ascolta con pazienza. La sua voce calma prova a rassicurare il suo interlocutore. “Ci vediamo a pausa pranzo. Stai tranquillo”. Lascia il telefono sul tavolino. Con lo schermo rivolto verso il basso.

  • Francesco…
  • Mio fratello, si, lo avevo capito. Cosa è successo?
  • Il solito. Ha paura che non gli venga rinnovato il contratto. E’ sempre più insicuro. Ha spesso crisi di panico. Stati d’ansia. Non so più cosa fare con lui. Come posso aiutarlo?

Francesco. Mio fratello più piccolo. Lavora in un supermercato. Addetto alle casse. Un contratto a termine. Sta per scadere. Ha perso il suo vecchio lavoro l’anno scorso. Era direttore di un grande negozio di elettrodomestici. Fallito. Una mattina hanno trovato chiuso. Nessuno avrebbe più rialzato quelle saracinesche dalle quali si vedono enormi e desolati ambienti. Vuoto e polvere.

Con l’aiuto di un amico siamo riusciti a dargli un’altra opportunità. Ma ha subito il colpo. Non è più lo stesso. Mi preoccupa.

Ci siamo seduti alla panchina davanti alla fontana con i pesci rossi. Matteo con lo sguardo fisso vero il mare. Ascolta. Smetto di parlare. Resto in silenzio anche io.

  • Non è facile. Io ci sono passato. Ti senti derubato. Demotivato. Privato di parte di te stesso. Della ragione per cui ti svegli la mattina. E’ come se all’improvviso ti trovassi davanti ad un muro. Alto, ma non invalicabile. Il problema è che sei tu che non hai il coraggio di scavalcarlo. Lì dietro c’è il futuro. Non riesci a vederlo. E quel che è peggio è che non vuoi vederlo. Resti lì, sotto il muro. Ti rannicchi ai suoi piedi. La testa tra le ginocchia. Non vuoi vedere nessuno. Non vuoi sentire nessuno. Le parole di conforto, le parole di sprono, suonano tremendamente stonate. Inutili. Fastidiose.

Io a Matteo ci incontriamo a pausa pranzo per una breve corsa. Due giri sul ciottolato scuro, di origine vulcanica, che attraversa il parco. Lo facciamo da due anni. A giorni alterni.

  • Matilde lo ha raggiunto al Sunny Market.
  • La mia Matilde.
  • Ma che dici? Sono passati quattro anni da quando avete rotto.
  • Si ma…
  • Ma, niente… Smettila… Lascia stare… Sei stato bravo a rifarti una vita professionale. Fa lo stesso con il cuore. Non ha funzionato, basta! Guardati attorno.

Programma per la prossima mezz’ora: una doccia; una telefonata a Francesco; il pranzo. Passerò il resto del pomeriggio a preparare l’incontro con Raffaella.

ED

GE

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