LEI ALL’IMPROVVISO (IL GIORNO DOPO)

Parcheggio. Scendo. Premo, con naturalezza, il secondo tasto del telecomando. Il rumore unisono di serrature che scattano. Lascio la mia utilitaria rossa tra la chiesa e l’elementare. Davanti ad una inferriata appena ritinteggiata di verde. Mi guardo attorno come se cercassi qualcuno: un volto conosciuto, uno scorcio abituale. Una donna attraversa frettolosamente la strada. Un uomo entra in macchina e parte. Dall’altra parte del marciapiede una ragazza con il cane si ferma a parlare con una donna carica di buste del supermercato. Scene qualunque in uno scenario familiare.

La chiesa è aperta. Dalla scuola arrivano le note disordinate di bambini che cantano. Qualcosa di cui non distinguo le parole. Entro in chiesa. Mi andavo a sedere sempre tra i primi banchi dell’ultima fila a destra. Vicino all’organo. Vicino al coro. Cantavo.Seguivo i buffi gesti di una signora che dava le spalle all’altare. Mi divertivano le espressioni dei cantori. Cantavo? In realtà gridavo. Facevo a gara con Nicola e Luigi a chi faceva sentire più forte la propria voce. E poi c’era la corsa verso la mano tesa del sacerdote per essere i primi a ricevere l’eucarestia.

Prima di andare a lavoro, stamattina, mi sono diretto nel quartiere che mi ha insegnato a camminare per strada. Il solito bar. Il solito fruttivendolo. La solita autofficina. Sono cambiati gli uomini. Oggi ci sono i figli di chi vedevo all’opera passando tra quei marciapiedi trent’anni fa. Erano i bambini con i quali organizzavamo ore ed ore di partite di calcio improvvisando un campo d’asfalto tra le strade semideserte. Non c’era traffico. Non rischiavi di essere investito da patentati distratti che leggono messaggi mentre sono al volante. C’erano solo poche macchine parcheggiate. Eravamo liberi di correre. Senza ostacoli.

Cammino per queste strade. Le conosco a memoria. Conosco a memoria le facciate di ogni palazzo. Dietro l’angolo, il portone della casa nella quale ho vissuto fino a tredici anni. Terzo piano. Sulla verande sono abbassate le tende parasole. Raffaella abitava dall’altra parte della strada. Secondo piano. In estate giocava sul balcone. I fratelli più grandi si divertivano a rincorrerla per farle il solletico. Ci salutavamo. Ci chiedevamo se avessimo fatto i compiti. “Stanno per iniziare i cartoni animati. Torno dentro. C’è Candy Candy. Ciao!”. Pronunciava quel ciao allungando la o per qualche secondo e poi spariva nel buio dell’appartamento.

Un’altra voce torna da quei giorni. E’ mia madre che affacciata al balcone urla il mio nome “sali è tardi”. Ed io “no proprio ora che iniziavo a divertirmi”. In realtà eravamo “giù” da ore a giocare a pallone,  a nascondino, a farci la guerra con i sassi. Due squadre. Una giù alla rampa dei garage. L’altra sopra. Nessun modo di mettersi al riparo. Una pioggia di sassi dall’alto verso il basso  e viceversa.

La guerra. Siamo sempre in guerra contro qualcuno o qualcosa. Ci sono le nostre quotidiane piccole battaglie personali. Conflitti interiori che riguardano solo noi stessi. E ci sono le grandi atrocità belliche che coinvolgono interi popoli. Uomini. Donne. Bambini. Anziani. Rischiano la vita in ogni momento. A volte senza nemmeno sapere perché devono combattere. Da che cosa devono difendersi. Fuggire. Nascondersi.

Ma la guerra è strettamente connessa all’esistenza dell’umanità. Sembra proprio che l’una non può esistere in assenza l’altra. La guerra è congenita. Mi dispiace dirlo. Mi dispiace disilluderti. Cara aspirante Miss Italia prova con un altro sogno. La pace nel mondo non è in catalogo.

Sono quasi le 9. Tra un quarto d’ora devo essere in ufficio. La mia personale guerra quotidiana. Clienti che cambiano continuamente idea, che chiedono sconti assurdi, che pretendono consegne lampo. E di dire la loro da grandi esperi senza competenze. A volte ne farei a meno di certi clienti. Esigenti, pretenziosi e irriconoscenti. A volte vorrei poter mettere in pratica una delle mie frasi preferite “Voglio fare quello che mi piace non quello che penso di poter vendere” di David Randall. Ma ho deciso di ristrutturare casa. I soldi mi servono. Tutti. Ristrutturare casa. E’ meglio che strada facendo chiami Marco. Non vorrei che l’appuntamento salti anche stasera.

ED

GE

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