IL GIARDINO

Quando non risponde al telefono è lì, persa nel silenzio intenso custodito tra le mura merlate di un giardino settecentesco.

Una parentesi di verde nel grigio cemento della città. Ad aprire parentesi di lentezza nella fretta quotidiana. Legge poesie. Neruda. Scrive poesie. Scrive ai suoi. Lontani duemila chilometri. Va a rovistare tra i cassetti della memoria. Tira fuori il biglietto del primo concerto rock. Recupera la maglietta che indossava alla festa sulla spiaggia: il falò, l’oceano e le risate delle amiche che la rincorrevano.

Il telefono lo lascia sulla consolle, all’ingresso.   Tra lo svuotatasche in pelle nera comprato il primo giorno che è arrivata qui e la foto dell’ultimo viaggio a New York in una cornice completamente bianca. 16X16.

C’era il sole verticale di mezzogiorno. Aveva un cappellino da baseball  comprato allo store ufficiale della squadra della grande mela. Non perché ne fosse tifosa, né perché fosse appassionata di quello sport. Era stata rapita dalla sua particolare tonalità di viola. Tutto lì. E poi le stava bene. E il sole picchiava. Indossava un vestito azzurro. Forse lo stesso di oggi. Gli occhiali da sole. Lo zainetto. Sorrideva a Mattia riflesso nelle lenti a specchio. Sullo sfondo, le facciate intermittenti di Times Square.

Ore 15. Il momento migliore per rendersi invisibili. Irreperibili. Se dovessi passeggiare tra quei viali, adesso, la troverei lì, seduta ad una panchina con il sorriso tratteggiato con la linea leggera di una 4H.

ED

GE

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