FRADICIA

a pioggia mi ha sorpresa alla fermata dell’autobus. Sono bastati pochi secondi per ritrovarmi completamente bagnata. L’ombrello era finito sul fondo della borsa. Oltre l’astuccio con le chiavi. Oltre il portafogli. Più giù dei documenti dell’avvocato.

Quando Lorenzo è in trasferta devo muovermi con i mezzi. Lamentosi mostri che si abbuffano di gente in affanno. Non riescono a digerirla e ad ogni passo emettono un fragoroso brontolio metallico.

I nostri uffici sono vicini. Abbiamo gli stessi orari. Una fortuna. Quando lui si attarda ne approfitto per fare un giro tra i negozi del corso e per fare la spesa al supermercato. Ma oggi è in trasferta. Milano. Ed io sono zuppa. Roma.

Cammino con passo tranquillo sotto il mio ombrello a pois rossi. Qualcuno corre cercando un posto dove ripararsi. Una coppia si stringe sotto un balcone. Un bambino con il pallone sotto il braccio osserva da dietro i vetri di un portone semiaperto. Non mi affretto. Non ho fretta. Sono fradicia. E l’ombrello serve solo ad evitare che qualcuno possa pensare che sia un po’ svitata. Mi piace il battere delle gocce sulla tela colorata.

Mi avvicino a casa. Mi infilo sotto i  portici di casa. Chiudo l’ombrello e il martellante ritmo delle gocce procede sui tettucci delle auto parcheggiate lungo il marciapiede. Il portone si richiude dietro di me ovattando quello scroscio incessante. Ora la pioggia è una voce leggera. Quasi invisibile. Ne misuro l’intensità nel controluce muto di un lampione. Gocciolo. Sono infreddolita. Ma divertita. Coma una bambina. Le pozzanghere. Gli schizzi. Un piacere inatteso. Inesplorato.

In un attimo il dramma di essere inerme sotto un cielo che sembrava non aspettasse altro che abbattersi su di me si è trasformato nella spensierata occasione di una passeggiata sotto la pioggia. Come non accadeva dai tempi delle scuole medie. “Tu riesci sempre a trovare il lato gioioso in ogni sventura”, direbbe Lorenzo se fosse qui. Salgo le scale canticchiando un motivetto allegro. Mi aspetta un bel bagno caldo.

 

 

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